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Interessante sentenza quella pronunciata dalla Suprema Corte, la n. 33127/2018 che ha il pregio di meglio precisare il reato di atti persecutori nei suoi elementi costitutivi ed in relazione alle sue aggravanti. La vicenda processuale trae origine dalla storia di una donna che si invaghisce, non corrisposta di un proprio collega di lavoro, già fidanzato e che nel suo delirio persecutorio lo costringe, insieme alla sua compagna, a mutare le abitudini di vita e generando in costoro un fondato timore per la incolumità personale. Il tutto era aggravato dalla circostanza che la stalker si era servita, quale strumento della propria condotta persecutoria, attraverso missive ingiuriose, del nome di una terza persona del tutto estranea ai fatti, configurandosi una vera e propria sostituzione di persona.

La sentenza si pone nel solco di una consolidata giurisprudenza di legittimità la quale ritiene che lo stato d’ ansia e di paura lamentato dalla vittima possa essere dedotto anche dalla condotta posta in essere dall’agente, valutata in astratto ed in concreto, facendo riferimento alle effettive condizioni di luogo in cui si è estrinsecata. Assumono fondante rilievo in tal senso, le dichiarazioni della vittima del reato che non devono tuttavia, descrivere con esattezza uno o più eventi alternativi della condotta delittuosa ( ansia o fondato timore), ben potendo per la prova degli stessi riferirsi agli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla stessa condotta dell’agente. La sentenza è peraltro, degna di nota poiché si sofferma su un elemento ad oggi poco scandagliato che afferisce all’aggravante dei futili motivi. La Corte di Cassazione infatti, afferma che la insana gelosia dell’imputata costituisce futile motivo e di qui ne deriva l’applicazione della conseguente circostanza aggravante. La gelosia manifestata dall’imputata infatti, è frutto di una unilaterale e non corrisposta infatuazione della stessa nei confronti dell’incolpevole vittima, per di più ignara di tale” trasporto amoroso”.  La gelosia invero, può escludere la richiamata aggravante solo quando essa di per se stessa si manifesti come spinta incontrollata dell’animo umano in grado di indurre a gesti del tutto inaspettati ed illogici e presuppone una reale ed effettiva relazione sentimentale tra agente e vittima, aspetto manchevole nella fattispecie de quo.

Sulla scorta di una vicenda che gli Ermellini non esitano a definire bizzarra e caratterizzata da una pluralità di condotte complessivamente poco spiegabili, vengono negate peraltro, la concessione delle attenuanti generiche in favore dell’imputata.

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